La mattina del 9 luglio, il professor Elio Franzini, Presidente di MM, è intervenuto al seminario “Inheriting 20th Century Mass Housing: European Challenges across ‘East’ and ‘West’” presso il Politecnico di Milano. Pubblichiamo il testo del suo intervento sul tema “Costruire e abitare la città”.
Stiamo gestendo l’eredità del Novecento, a partire da un dibattito che ancora è radicato nel quadro della cultura ottocentesca, a partire cioè da Baudelaire e Marx sulla nascita e sullo sviluppo della metropoli. Tema che Simmel riprende e che induce a interrogarci sul senso stesso della nostra modernità. In secondo luogo, perché questo titolo mette in luce un senso che è per definizione ibrido, nella consapevolezza che l’ibridazione è l’unico modo per rinnovare la vita delle forme, per far comprendere che la città vive di metamorfosi, che coinvolge anche gli spazi urbanizzati. Nelle metropoli bisogna trovare “percorsi” – i passaggi di Baudelaire – ma al tempo stesso cogliere la commistione di stili e caratteri, e in questo Milano e Parigi sono tra loro esempio molto differenti.
Milano e Parigi, appunto. La seconda è una città “moderna” dove, in luoghi diversi, si sono cercati linguaggi diversi, ma unitari nel loro contesto e dove quindi il costruire è sempre stato idealmente connesso a un’idea di abitare. Milano invece è una città postmoderna, dove cioè si è scelta una sorta di estetizzazione diffusa e dove quindi sono continui gli scambi di rimandi e citazioni (si veda appunto il quartiere dell’Isola dove vecchie case, anche di ringhiera, si alternano a grattacieli: se il postmoderno è, come è, l’epoca della fine delle grandi narrazioni e l’alternarsi di giochi linguistici differenti, la costruzione di Milano è avvenuta in un inconsapevole universo citazionistico, dove i concetti di abitare e costruire sono stati disgiunti).
Sarebbe tuttavia un atteggiamento che si porrebbe tra arroganza e incoscienza definire le politiche abitative della città, e per di più di una città come Milano, il cui governo del territorio è gravato da alcune specificità – specificità socio-economiche, per esempio, cioè il rapporto tra la città e la città metropolitana; ma anche geografiche se cogliamo nel nostro tessuto cittadino il paradosso di una struttura da metropoli che ha tuttavia dimensioni reali da città media – che la rendono un caso particolare e che impediscono di delineare precisi orizzonti futuri. In questo contesto, esiste tuttavia una certezza spesso dimenticata, cioè che circa un cittadino su dieci abita in una casa popolare, sia essa di MM o di Aler. È una cifra su cui bisogna riflettere, in particolare tenendo conto che le case di edilizia popolare sono variamente diffuse sul territorio della città e poste nei vari municipi, non escludendo affatto le zone centrali, ponendosi tra case civili, abitazioni di lusso, studentati, ecc… Le case popolari vivono dunque in una dimensione territoriale ibrida, a cominciare da quelle di MM, che gestisce – tra alloggi, box e entità non abitative – quasi 40.000 unità, abitate da oltre 43.000 persone. Un tessuto, peraltro, dove la questione dell’integrazione dell’ibrido – e quindi della sua produttività metamorfica – presenta vari problemi proprio in virtù di una composizione sociale che, pur ibrida, non favorisce il formarsi di organismi nuovi, e dunque impedisce l’evoluzione più che favorirla. Troppi sono gli anziani, per di più soli, e molti italiani di origine non italiana e stranieri, ma di gruppi etnici che non si omogeneizzano con facilità.
E quando si parla di casa, ben si sa, ma bisognerebbe dirlo con maggior forza, che vi è un abitare possibile (teorico) e un abitare reale. L’aporia possibile tra astratto e concreto si riproduce nelle politiche dell’abitare cresciute senza una riflessione, questa sì concreta, sulle sue conseguenze. Sul primo, sull’abitare possibile, si sono affaccendati molti urbanisti, sociologi e filosofi: giusto che così sia in una realtà globale dove gran parte dell’umanità vive in grandi concentrazioni urbane e abita soprattutto tra ancor più grandi concentrazioni di reti comunicative. D’altra parte, quando si parla di città, la generalizzazione è densa di pericoli perché si tende a muoversi tra luoghi comuni. I modelli reali, l’abitare reale, sono infatti molto diversi tra loro e bisogna constatare che l’abitare moderno richiede la capacità di passare attraverso molte variazioni atmosferiche, variazioni che sono tramate da piccole differenze, che peraltro le immagini delle nostre città potrebbero facilmente esemplificare.
Dalle descrizioni di Baudelaire delle prime metropoli moderne sino ai dibattiti degli ultimi anni, il quadro è mutevole e, appunto, ambiguo e ibrido come i molteplici – possibili e reali – modelli di sviluppo. Si è tuttavia consapevoli – e chi gestisce abitazioni deve averne particolare e autocritica coscienza – che il sogno di una città ideale, come per esempio quella la cui immagine dipinta è conservata ad Urbino, deve definitivamente tramontare. Senza dubbio, con quel dipinto, siamo di fronte a una città costruita “a misura d’uomo”. Ma tale città è del tutto disabitata e i suoi confini sembrerebbero quelli di una utopia: la città eterna di un uomo classico, di un ideale umanistico. Perché ci si riferisce a questa immagine? Per essere consapevoli che il discorso invece va rovesciato: non una città come spettacolo da guardare dall’esterno, da un’ipotetica finestra, bensì uno spazio complesso da vivere, abitato, denso di imperfezioni, in cui la vetustà appare spesso come decadenza. Dove il vero problema “ereditario” è quello di reperire risorse, che si inquadrino in prospettive chiare e dove si abbia il coraggio di dire che l’abitare “popolare” deve progressivamente trasformarsi in abitare “sociale” se non si vogliono espellere dalla città gran parte di quelli che, con il loro lavoro, la tengono viva.
Un concreto ideale antropocentrico deve quindi sempre considerare le condizioni di possibilità del contorno, le risorse a disposizione, le condizioni strutturali del patrimonio e, in esso, le realtà sociali degli abitanti, differenziate e mutevoli. La città è sempre più, e per definizione, un’entità contraddittoria, dove sembra essersi perso il centro e dove dunque i punti di vista vanno moltiplicati, cercando non un‘artefatta sintesi, bensì lo sforzo di comprensione di un’antropizzazione che vive della varietà dei tipi umani che la abitano. D’altra parte, di fronte a questa situazione ibridata, chi gestisce non può pensare a una cristallizzazione di nuove immagini artefatte, pur molto diverse da quella conservata a Urbino, consapevole al contrario che la cifra della nostra modernità è quella di essere una “epoca del provvisorio”, in cui bisogna seguire il caleidoscopio di sempre più veloci mutamenti. Una città – e Milano ne è quasi l’incarnazione – non ci presenta, come già si diceva, una narrazione unitaria e ordinata, bensì appare come un intero frammentato in numerosi linguaggi. Un grande filosofo, Habermas, afferma, e sta proprio parlando dell’abitare la modernità, che la modernizzazione sociale si è separata dal procedere di una modernità culturale e sembra procedere come se quest’ultima non esistesse, rischiando di perdere la propria tradizione e la propria storia. Se il “sociale” cancella la riflessione sul sociale si perde la bussola e si sviluppano agglomerati senza senso, in cui non si riescono a cogliere i nessi tra le parti.
Tuttavia, perché tale dialogicità non si trasformi in confusione e in negazione decostruttiva di un senso complesso, e la città in incubo citazionistico, vanno recuperati i motivi di fondo di un lavoro quotidiano, capace di vedere nelle case popolari un volto complesso della e sulla città, un sistema di riferimenti che non può essere guardato a distanza, ma che bisogna sempre di nuovo costruire – dalla manutenzione all’identità culturale, dai modelli di convivenza alle prospezioni di quel che tali modelli potranno diventare, dai cortili alle conflittualità stratificate. Le case popolari, come si è detto, hanno “atmosfere” complesse, atmosfere (e tonalità emotive) che non sono totalità indifferenziate, ma che orientano la complessità abitativa della città intera, di una città come Milano, in cui le differenze coesistono e rischiano di diventare improduttive, o addirittura distruttive, se la loro capacità di confronto e dialogo non viene affrontata per quel che è, cioè una pluralità espressiva che deve fare della contraddizione un’occasione di riflessione, anche economica, sul presente e sul futuro. Una riflessione autentica su quel che stiamo diventando, priva di ideologia e soprattutto di cattive retoriche. I pensieri che così si generano non sono separati dalle cose, bensì fanno parte delle loro qualità, del loro concreto orizzonte, radicato nella storia, nella materia, nei vissuti sociali, nelle strutture del pensiero. Le case popolari non sono allora un “problema”, bensì un senso da indagare, nella consapevolezza che i rapporti che in esse si sviluppano vanno progressivamente interrogati e svelati, oltre che adeguatamente stimolati proprio per provocare l’evidenziazione di relazioni intrinseche che altrimenti potrebbero sfuggire. Milano ha un patrimonio e una possibilità. O, meglio, un patrimonio che può diventare possibilità, sia di nuove e innovative costruzioni sia di maggiore integrazione di quelle antiche.
Vorrei allora chiudere con un esempio. Un esempio, come l’avvio, molto novecentesco. Una legge comunale degli anni Trenta ci dice che la Madonnina, con i suoi 108,5 metri, doveva rimanere il punto più alto della città. Ma il grattacielo Pirelli, con i suoi 127 metri, superò questa altezza. Allora si pensò di mettere sulla cima del grattacielo (vi è ancora oggi) una piccola Madonnina in miniatura, simulacro che viene ancor oggi replicato su tutti gli edifici che superano in altezza la punta del Duomo. Da un lato ciò è molto commovente, segnando una sorta di affezione popolare per la propria storia e i propri simboli. Ma, dall’altro, induce il sospetto che, per chi vuole che la città cresca, i simboli, con la loro ricchezza semantica, possono diventare solo simulacri, segni senza spessore e senza significato.
Appunto, questo insegni che le case popolari non devono trasformarsi in simulacri dell’abitare “novecentesco”, dell’abitare che ha caratterizzato una modernità perduta, ma seguire la città, esserne parte, trasformarsi in una realtà che, nella scissione del simbolo, ritrovi la possibilità di una riunificazione, che ritrovi nella frattura possibilità che, per comprendere, bisogna esplorare nella loro tormentata quotidianità.





